Il Sudan sta sanguinando, intrappolato in quella che è definita la più straziante e grave crisi umanitaria al mondo. La guerra, che si protrae inesorabilmente da oltre due anni, o 31 mesi, ha lasciato dietro di sé una scia di 150 mila morti e 13 milioni di sfollati. Oggi, l’urlo della popolazione è disperato: 30 milioni di persone (metà della nazione) sono alla fame e senza cure, e tra loro, innumerevoli sono i bambini la cui vita è stata spezzata.
L’inferno si è materializzato nel Darfur settentrionale, dove la città di Al Fasher (El-Fasher) è stata invasa dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) dopo un assedio di oltre 500 giorni. La preoccupazione è immensa per le oltre 260 mila persone rimaste intrappolate, con un rischio crescente di atrocità e violenze etniche. El Fasher è un luogo di indicibile orrore: i civili vengono uccisi casa per casa, gli ospedali sono distrutti e si sono segnalate fino a 2000 persone uccise in sole 24 ore. I 130.000 bambini intrappolati sono ad altissimo rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani, inclusi rapimenti, uccisioni, mutilazioni e violenze sessuali. Le RSF, bloccando gli aiuti e le comunicazioni, sono accusate di riportare in vita i massacri etnici. La popolazione sopravvive a fatica sotto bombardamenti incessanti, violenti combattimenti e una drammatica carenza di cibo, acqua e medicine. La carestia, in questa terra devastata, è stata purtroppo confermata sia a El-Fasher che nella città assediata di Kadugli.
La tragedia di questa guerra trova il suo volto più toccante nel racconto di Azuz, un ragazzino di soli 13 anni: “Vivevamo felici, tutto andava bene,” racconta Azuz. Ma l’infanzia è stata inghiottita dalla violenza: il forte boato che un tempo era lontano si è trasformato in un bombardamento costante, costringendo la sua famiglia a fuggire quattro mesi fa. Sua madre, Nagla, che aveva vissuto ad Al Fasher per 14 anni, non può dimenticare di aver visto il quartiere trasformarsi in un campo di battaglia. Hanno resistito, sperando, persino arrivando a costruire un rifugio sotterraneo, un tunnel scavato per nascondere 17 persone dai colpi che piovevano dal cielo. Ma la fine della speranza arrivò in modo brutale: la loro casa fu colpita. “Otto colpi di mortaio soltanto sui bagni,” racconta Nagla. “Quel giorno, ho perso ogni speranza”. Quel momento ha segnato l’inizio di una fuga disperata, un viaggio incerto con i suoi sei bambini. Per più di un mese hanno camminato verso Atbara, nel nord del Sudan. Sono arrivati pelle ed ossa, esausti e traumatizzati. Nagla ha camminato scalza per quattro giorni, dovendo portare due dei suoi figli sulla schiena. La fame era così crudele che in alcuni giorni l’unica cosa che li teneva in vita erano foglie pestate mescolate con sale e acqua. Nagla, con le lacrime che le rigano il viso, ha confessato: “Azuz era molto debole, sembrava uno scheletro”. Il trauma della guerra è una ferita che non si rimargina: Nagla racconta che la rottura accidentale di un semplice bicchiere d’acqua ha scatenato il panico, facendo buttare a terra tutti i bambini, terrorizzati che i bombardamenti fossero ripresi. Nonostante tutto, un debole spiraglio di luce filtra nella loro vita ad Atbara. Azuz e i suoi fratelli possono tornare a studiare grazie al Programma di Apprendimento Accelerato dell’UNICEF. Con uno zaino UNICEF pieno di speranza, Azuz, che prima della guerra era il più bravo della classe, sta lentamente guarendo. I bambini non solo imparano a leggere e scrivere in Arabo e Inglese, ma possono giocare, farsi amici e ricevere il fondamentale supporto psicosociale.
Di fronte a questa tragedia, il Papa ha elevato la sua voce per il “martoriato Darfur settentrionale”, chiedendo un cessate il fuoco immediato, l’apertura urgente di corridoi umanitari e un intervento deciso e generoso della comunità internazionale. L’accettazione da parte delle RSF di una proposta di tregua umanitaria avanzata dal Quad (Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) rappresenta un debole spiraglio. La proposta prevede una tregua di tre mesi per consentire l’ingresso degli aiuti. Tuttavia, l’esercito sudanese (SAF) mantiene un atteggiamento ambiguo: mentre si parla di pace, il ministro della Difesa rilancia la chiamata alle armi, e precedenti accordi di cessazione delle ostilità non sono stati rispettati. La politica italiana ha chiesto al Governo di agire subito, denunciando l’indifferenza generale della comunità internazionale, finora “assente e silente”. “Non possiamo accettare una solidarietà a geometria variabile,” ha tuonato il vicepresidente di Avs, chiedendo maggiore sostegno finanziario e protezione per coloro che rischiano la vita per aiutare la popolazione locale. Il popolo sudanese merita protezione, non l’oblio.
Il viaggio di Azuz, da uno scheletro di bambino a uno studente che torna a sognare, è un grido silenzioso che chiede al mondo di non voltarsi dall’altra parte. Se i bambini non possono più distinguere il rumore di un vetro rotto dal fragore di una bomba, significa che l’umanità ha fallito, lasciando che il Sudan si consumasse nel suo inferno.
Basma Addakiri, Xena Nrejaj 4G



