L. Testa e G. Ricci raccontano il “tempo sospeso”

Il 24 Marzo , nel nostro liceo, si è tenuta una conferenza che ha unito la presentazione del libro “Il tempo sospeso” di Ludovico Testa con il racconto autobiografico di Giovanni Ricci, una vittima nell’Italia degli anni di piombo.

Particolare rilevanza ha avuto l’intervento di Adriana Faranda, un’ex brigatista italiana:  Dopo aver militato in alcune formazioni minori di lotta armata attive a Roma, entrò a far parte delle Brigate Rosse, nell’estate del 1976, dirigendo la colonna romana e svolgendo un ruolo importante durante il sequestro di Aldo Moro, al tempo presidente della democrazia cristiana.

Ed è stato proprio quest’ultimo, tragico evento ad aver guidato la conferenza.

Infatti, il libro tratta la storia di un Giovanni Ricci 12enne, che la mattina del 16 Marzo 1978 si sveglia per andare a scuola. Improvvisamente, una chiamata alla madre si pone in essere: la sua amica chiede se Domenico (padre di Giovanni) è di servizio. Questo, il primo allarme che poi sarà confermato da molti altri. La casa del 12enne si riempie di gente ; ad un tratto Giovanni guarda alla televisione qualcosa di familiare: un orologio, uno di quelli che aveva già visto. Era proprio di suo padre, il cui corpo senza vita, privo di lenzuolo, con sette colpi tra testa e collo,  viene illustrato sull’edizione straordinaria della Repubblica. Giovanni è sconvolto, oggi parla di “sensazioni di annichilimento, di impotenza”. Domenico Ricci era l’autista di Aldo Moro, che quella mattina guidava una fiat 130, improvvisamente sconvolta all’angolo tra via Stresa e via Mario Fani (Roma): in quell’occasione i membri delle brigate rosse, autori dell’agguato, avrebbero rapito Aldo Moro, il cui corpo privo di vita fu ritrovato circa due mesi dopo.

Giovanni racconta suo padre come un uomo che “Non si sacrificava eroicamente, non era un eroe come quelli dell’ Olimpo”, ma  “amava quel lavoro e lo faceva con una passione enorme”. “Lui dava importanza alla popolazione. Si metteva al servizio della comunità. Aveva valori che oggi forse non troviamo”; da queste parole, è facile inquadrare in Giovanni un grande rispetto e un’enorme ammirazione per suo padre e per ciò che ha dato agli altri, “fino alla sua ultima esalazione”.

In seguito alla sua morte, Giovanni sottolinea il fatto che “non si tiene conto della vittima, che vorrebbe venire a conoscenza del “perché”, del “come” “: infatti, i

processi si tengono per altri motivi, ovvero per esercitare la giustizia, ma non per mettere in

discussione qual’ è  la cosa giusta o quella erra

ta. Ed è proprio qui che entra in gioco la giustizia riparativa, che “ permette di metterti davanti a chi ti ha fatto un danno e chiedergli “perché?”, una domanda a cui le istituzioni giuridiche non hanno saputo dare risposta “. Così Giovanni la definisce, e poi testimonia che “ grazie alla giustizia riparativa ho incontrato gli assassini di mio padre”, in particolare “ quando io ho incontrato Valerio Morucci, l’esecutore mate

riale, e altri membri delle Brigate rosse, loro mi dissero che speravano di cambiare l’Italia”. Ma Giovanni già lo sapeva, e ce lo continua a dire ancora oggi che “ la violenza produce altra violenza “, e così essa viaggia in parallelo con l’odio, poiché “ più odi, più ti trascini a fondo”. Per Ric

ci, prendere in mano una pistola non è mai stata la soluzione ai problemi dell’Italia, e il cammino verso un mondo più “civilizzato”, viene posto di fronte a innumerevoli ostacoli, nel momento in cui la violenza e tutti i suoi sinonimi prendono il sopravvento. Basti pensare all’attuale conflitto Iran-USA, partito, parzialmente, dalla pretesa di Trump di avere il controllo della potenza atomica, una risorsa che sempre più si rivela determinante per definire il ruolo di uno stato nello scacchiere internazionale.

Nella descrizione del libro,” Francesco è il prototipo di un militante delle Brigate Rosse. Molti decenni più tardi Giovanni e Francesco si rincontreranno, tormentati dal peso della memoria e spinti l’uno verso l’altro da un languore di giustizia che le aule di tribunale non sono riuscite ad appagare “. E proprio questo accadde nella vita reale di Giovanni con Adriana Faranda.

Da quest’ultima

è partita la seconda metà della conferenza. Faranda ha premuto nel ricordare che “In tutto il mondo c’erano fenomeni armati di ribellione”, dando un quadro chiaro della situazione post-bellica. Ha poi voluto sottolineare quanto noi siamo sempre convinti che il nemico vada inevitabilmente annientato. Ma è qui che si può giungere al “salto di qualità” a livello umano: è il dialogo che permette di eliminare il vero nemico, poiché si fonda sulle relazioni tra le persone. Faranda, infatti, ha confermato che “eliminare la possibilità di dialogo equivale a praticamente a eliminare la possibilità che si sviluppi una comunità reale, basata sulla reciprocità, solidarietà e cooperazione”. Una comunità, insomma, che oggi non possiamo rispecchiare nella nostra, poiché, come ha affermato Adriana, la società contemporanea è costituita per la maggior parte da persone che non sono prese in considerazione, quasi invisibili. Successivamente, l’ex-brigatista ha descritto le brigate rosse co

me ”una banda armata, chiamiamola così”, che “ricalcava l’idea della fabbrica”, un’organizzazione “che si poneva come obiettivo di intralciare gli ingranaggi “ del sistema della comunità. Ma “gli esseri umani non sono una catena di montaggio, ma sono esseri umani”, e quindi non si può mettere in discussione la sacralità della vita degli altri.

Dunque “bisogna tirarsene fuori in qualche modo”, e lei se ne tirò fuori soprattutto per un principio caro e veterano: “Lasciai sempre spazio nella mia storia al dubbio, non volli mai accettare un’assoluta certezza”. E proprio credendo arditamente nella mancanza, in questo mondo, di una certezza assoluta, che Adriana riconobbe una volta per tutte l’importanza del diritto della vita. Nel momento in cui  lasciò la sua “ex-famiglia di adozione”, viene reputata come un’arresa, una traditrice, colpevole di non aver voluto continuare a “combattere”, lottare però per una visione del mondo in cui lei non si rispecchiava più. Concludendo il suo intervento, Adriana riporta l’importanza della “condivisione delle memorie: ognuno h

a la propria, individuale e assolutamente rispettabile memoria, ma può essere condivisa reciprocamente, e la giustizia riparativa ha aiutato a farlo.

In seguito all’intervento di Faranda, è intervenuto Ludovico Testa, illustrando la prospettiva del libro che ha ispirato la sua storia dal vissuto di Giovanni Ricci. Il tempo, sospeso nel momento in cui l’orologio del padre di Giovanni si interrompe in seguito all’attentato, rincomincia a scorrere nel momento in cui Ricci intraprende il percorso della giustizia riparativa.

Dopo altri due interventi, rispettivamente di Giovanni e Adriana, si è dato seguito alle domande in cui particolare privilegio è stato attribuito al dialogo, parola d’ordine per la riconciliazione, e non il perdono.

L’odio ha delle conseguenze, che continuano ad agire anche nel tempo sospeso, ma che il dialogo potrà in parte riparare.

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