Il dilemma di Venezia tra universalismo estetico e responsabilità etica

Foto di una mostra d'arte internazionale con persone che passeggiano e stendardi delle bandiere

A pochi giorni dall’inaugurazione della Biennale di Venezia (un’importante mostra d’arte e architettura internazionale), un terremoto istituzionale scuote le fondamenta del mondo culturale. La 61° Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys e curata da Koyo Kouoh, è diventata l’epicentro di uno scontro frontale tra la pretesa neutralità delle istituzioni e l’urgenza etica della situazione geopolitica attuale.

 

Tutto ha avuto inizio quando la Giuria internazionale, una compagine tutta al femminile guidata da Solange Farkas, ha preso una decisione senza precedenti: escludere la Russia e Israele dalla corsa ai premi. La motivazione è stata che entrambi i governi sono attualmente sotto processo o oggetto di procedimenti davanti alla Corte Penale Internazionale (CPI) o alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) per crimini contro l’umanità o genocidio.

La reazione è stata immediata. L’artista israeliano Belu-Simion Fainaru ha risposto con una diffida formale, parlando di “discriminazione razziale” e “antisemitismo”. In questo clima di tensione, la Fondazione Biennale ha avvertito le giurate che avrebbero potuto rispondere personalmente, col proprio patrimonio, di eventuali danni legali. Il 30 aprile, dopo un’ispezione ordinata dal Ministero della Cultura (MiC) legata anche al rispetto delle sanzioni UE contro Mosca, la Giuria si è dimessa in blocco.

Per salvare la manifestazione, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha varato una soluzione d’emergenza: niente cerimonia il 9 maggio e assegnazione dei nuovi “Leoni dei Visitatori” il 22 novembre, scelti direttamente dal pubblico attraverso il sistema di biglietteria.

Buttafuoco ha difeso l’autonomia dell’istituzione definendo la Biennale un “giardino di pace” che “seleziona opere e non passaporti”, citando il motto “si vis pacem, para pacem”. Per il presidente, la Biennale non è un tribunale e non deve emettere sentenze anticipate.

Tuttavia, l’Unione Europea ha inviato lettere formali minacciando di sospendere finanziamenti per 2 milioni di euro se la kermesse continuerà a essere una vetrina per la Russia, sottolineando l’ironia di aprire proprio nella Giornata dell’Europa. Nel frattempo, proteste delle Pussy Riot e di Femen davanti al Padiglione Russia (gestito da figure vicine al Cremlino come la figlia di Lavrov) e manifestazioni del gruppo “Art Not Genocide Alliance” contro Israele hanno ricordato che i padiglioni nazionali sono, di fatto, strumenti di legittimazione statale.

Come studenti, ma soprattutto come esseri umani, siamo portati a chiederci: può l’arte essere davvero un’entità astratta, separata da ciò che accade nel mondo, e che oggi più che mai vediamo tutti i giorni grazie a internet? 

Il dibattito recente, scatenato anche dalle parole di Wim Wenders alla Berlinale (Festival internazionale del cinema di Berlino), pone questo interrogativo a chiunque ne venga a sapere. Wenders ha sostenuto che l’arte non può cambiare la mente dei politici e che dovrebbe restare “fuori dalla politica” per non diventarne uno strumento. Gli ha fatto eco Nick Cave, affermando che la grande arte esiste solo per se stessa e che l’impegno politico estremo rischia di annullare l’arte stessa.

Questa visione richiama in parte il concetto di Simone Weil, secondo cui un’opera è perfetta quanto più è “anonima” e imita l’impersonalità divina, o la prospettiva di Hegel che vede nell’arte una forma dello “spirito assoluto” legata all’universale e non al particolare contingente. Se accettiamo questa linea, chi contesta un interprete o un artista per le sue idee politiche commette l’errore di far prevalere il “particolare” sull’ “universale” dell’opera.

Ma bisogna considerare un’altra prospettiva, quella della responsabilità. La scrittrice Arundhati Roy ha definito “sbalorditivo” il silenzio degli artisti di fronte a crimini contro l’umanità consumati in tempo reale, sostenendo che l’arte debba fare tutto il possibile per fermarli. Si tratta di riconoscere che l’arte è sempre politica, anche e soprattutto quando evita di esserlo.

Come sottolineato dal critico Caliandro, “l’artista ha il dovere di parlare per chi non ha voce, contribuendo attivamente al cambiamento”. In quest’ottica, la Biennale non è un’arena universale “franca”, ma un dispositivo dove gli Stati operano come attori costitutivi per ottenere legittimazione simbolica.

Questo dibattito non rimane confinato alla Biennale, come dimostrano le petizioni per escludere Israele dalle Olimpiadi e dall’Eurovision fino alla cessazione degli attacchi ai civili a Gaza. In quei contesti come in quello di Venezia, qualcuno obietta che l’atleta o l’artista rappresenti solo se stess* e non il proprio governo, ma questa posizione appare spesso come un sofisma che ignora la realtà delle istituzioni. Queste manifestazioni sono, per loro natura, dispositivi di rappresentazione statale in cui la cultura e lo sport operano come strumenti di legittimazione simbolica e soft power. La partecipazione di una delegazione nazionale implica una forma di riconoscimento della “normalità politica” di uno Stato; sospendere tale presenza per paesi sotto processo internazionale per crimini contro l’umanità o genocidio non è dunque una censura del singolo, ma il rifiuto di offrire un paravento istituzionale a governi che violano il diritto internazionale. Del resto, il confine tra individuo e istituzione si fa ancora più labile quando, come per i Giochi del 2026, tra gli atleti figurano soldati che hanno rivendicato attivamente il proprio ruolo nelle operazioni belliche a Gaza. Permettere la loro partecipazione significa ignorare che l’arte e lo sport non sono zone franche, ma specchi della responsabilità etica collettiva.

Sostenere l’esclusione di Russia e Israele non è dunque “censura” della libertà espressiva dei singoli artisti, ma una presa di coscienza politica.

Se è vero, come dice Mattarella, che “l’arte deve essere libera e audace”, tale audacia non è voltarsi dall’altra parte. La cultura non può essere un paravento per la violenza: l’unico atto davvero “universale” è quello di rifiutarsi di offrire un palcoscenico a chi viola il diritto alla vita. Per restare umana, l’arte non può permettersi di essere neutrale di fronte all’orrore.

L’estetica è nulla senza l’etica della rivolta: chi sceglie di non prendere posizione finisce inevitabilmente per favorire chi è più forte, mentre l’arte “scomoda” ha il potere di ricordare a tutti che la militanza e la resistenza passano attraverso il coraggio di non ignorare soprusi, discriminazioni e crimini.

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