La meritocrazia: come è applicata nella vita quotidiana

La meritocrazia (dal latino merere, mereor: guadagnare, farsi pagare e dal greco kratos, potere) indica, letteralmente, il potere del merito cioè il principio di organizzazione sociale che basa ogni riconoscimento esclusivamente sul merito. E’ un concetto usato per indicare una forma di governo nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dalla sua attitudine al lavoro. La meritocrazia dovrebbe essere applicata come un sistema che premia le persone in base a competenze, impegno e risultati, e non in base a privilegi, relazioni o origine sociale. Per essere davvero giusta, però, non può limitarsi a valutare le prestazioni finali: deve prima garantire a tutti pari opportunità di partenza, offrendo accesso equo all’istruzione, alla formazione e agli strumenti necessari per esprimere il proprio potenziale. Il merito va definito in modo chiaro e valutato con criteri trasparenti e imparziali, riconoscendo anche il valore del contesto e del lavoro collettivo.  Inoltre, la meritocrazia non deve essere rigida o punitiva, ma favorire il miglioramento continuo, permettendo di crescere anche attraverso gli errori.  Nella realtà la meritocrazia non sempre viene applicata in maniera giusta e oggettiva: oltre alle vere competenze, il merito è spesso influenzato da relazioni personali e favoritismi. Non tutte le persone nascono con pari opportunità, perché l’accesso a istruzione, risorse e opportunità è diseguale, e questo influenza fortemente la possibilità di essere riconosciuti come “meritevoli”. In molti casi la meritocrazia diventa irraggiungibile e concepibile solo in canoni utopistici, e proprio così si finiscono per aumentare le disuguaglianze. Teoricamente la scuola dovrebbe far sì che tutti partano dallo stesso livello. Il valore che il bambino attribuirà alla scuola dipenderà principalmente dalla sua condizione familiare. Gli studenti che provengono da famiglie ricche o acculturate, sono avvantaggiati. Piú della  ricchezza economica a creare disparità è la ricchezza culturale: se a casa ci sia una biblioteca; se a casa si dia valore alla cultura; se il genitore studia con il bambino o lo lascia a se stesso; se in caso di bocciatura il genitore fa fare al figlio corsi di ripetizione. La Costituzione dice che lo Stato deve aiutare i ragazzi meritevoli se privi di mezzi, ma non può andare oltre il supporto economico. Inoltre spesso gli studenti provenienti da famiglie “importanti” sono avvantaggiati anche dai contatti dei genitori che li inseriscono nel mondo del lavoro in modo piú facile togliendo anche l’opportunità a ragazzi che non hanno le “raccomandazioni” dei genitori. Dal momento che l’ importanza che il bambino darà alla scuola dipende dalla famiglia anche la scelta che farà per le superiori sará fortemente influenzata dalle condizioni familiari. Se il ragazzo cresce In un ambiente in cui lo studio è sottovalutato tenderà a iscriversi in istituti che prevedono materie più pratiche che teoriche. Ci sono poi casi in cui il ragazzo è costretto a intraprendere questi percorsi di studio più pratici che permettono sbocchi lavorativi immediati perché devono aiutare economicamente le famiglie. A volte la mancanza di mezzi economici coincide con una mancanza di mezzi culturali. Ad esempio uno studente con origini straniere i cui genitori sono fuggiti da situazioni tragiche (guerre, carestie, persecuzioni…), prenderà studi che gli permetteranno subito di lavorare sia per aiutare la famiglia (che non potrà pagargli gli studi di specializzazione) sia perché nemmeno i genitori avranno avuto la possibilità di istruirsi e quindi non ne capiscono l’importanza. Se anche il ragazzo riuscisse a pagarsi gli studi nel mondo del lavoro potrebbe essere vittima di discriminazioni razziali che impediranno l’ascensore sociale e un giudizio oggettivo dei loro meriti.

 

Autori:

  • Cimmino Rosarita
  • Colella Gea 
  • Di Blasio Andrea
  • Granchelli Raffaele
  • Savini Ludovico

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