HARRY POTTER E LA CRITICA AL TOTALITARISMO

Fan art con i protagonisti del libro

(Allerta spoiler!)

 

Viviamo in un periodo storico travagliato, dove il totalitarismo, la cui ombra non se ne è mai del tutto andata dopo la seconda guerra mondiale, si sta riaffacciando prepotentemente in vari stati del mondo. Logica (e dolorosa) conseguenza di questo è il ritorno della censura (basti pensare al ban che ha subito il Simposio di Platone in Texas), lo svilimento del giornalismo, i tagli all’istruzione.

Ma una voce libera non può mai essere messa a tacere: quando la critica al totalitarismo non può farsi palese, allora si fa metafora. Basti pensare a Tolkien, che nel signore degli anelli mette in scena una storia epica che vede personaggi di specie diverse (nani, elfi, Hobbit, umani…) unirsi insieme per un unico obiettivo, quello di opporsi al male, per rappresentare il fatto che anche tra persone di etnia diversa può esserci unità.

Gli esempi che si potrebbero fare sono molteplici, ma voglio concentrarmi su uno dei più famosi, e anche uno dei più sottovalutati: la saga di Harry Potter. E’ opinione comune che si tratti solo di una storia per bambini, che esplora i temi dell’amicizia e dell’amore, ma l’opera di JK Roowling, per quanto non sia esente da difetti, è molto più complessa, e attraverso una serie di metafore sviluppa al suo interno temi difficili, che un bambino non sarebbe in grado di cogliere. Una di queste tematiche è proprio il totalitarismo, esplorato nelle sue varie sfaccettature in molti libri della saga, a partire dalla fine del quarto, con il ritorno di Voldemort come spartiacque della storia (sebbene fosse già possibile cogliere accenni al tema).

Chi ha anche solo dato un’occhiata distratta ai volumi sa quanto la saga sia lunga e corposa, per questo in questo articolo ho scelto di concentrarmi solo su un libro in particolare, il più denso, L’ordine della fenice.

Nel libro precedente Voldemort è risorto, ma il Ministero della Magia – ovvero l’organo di governo dei maghi – si rifiuta di credere ad Harry, che nell’ultimo anno era stato oggetto di diffamazione da parte della giornalista Rita Skeeter, che ha visto in lui un’ottima occasione di guadagnare fama, diffondendo prima storie false e strappalacrime su di lui, e poi, vista la sua reticenza a collaborare con lei, intervistando “esperti” per screditarlo, trascinando nel fango anche molti dei suoi amici, come Hermione e Hagrid.

Il Ministero della Magia, che si trova già nella bufera perché il torneo tremaghi è finito con la morte di uno studente, Cedric Diggory, chiude gli occhi di fronte al ritorno di Lord Voldemort, perché significherebbe ammettere a se stessi e al popolo il proprio fallimento, e si rifiuta di ascoltare ogni prova, facendo risucchiare da un Dissennatore l’anima di uno dei pochi testimoni, Barthy C. Junior.

Andiamo ora agli eventi del quinto libro: nelle primissime pagine Harry è costretto a compiere un’ effrazione per difendersi. Le autorità si trovano a dover discutere della sua espulsione da scuola, ma invece di portare il ragazzo in un’aula di tribunale normale, Harry viene trascinato in una stanza sotterranea, che era stata chiusa dell’epoca dei processi ai Mangiamorte, i seguaci di Voldemort, e riaperta specificatamente per lui. Il Ministero si dimostra così tutt’altro che imparziale, trattando un ragazzino che ha commesso un’infrazione minore come un criminale, perché ha osato mettere in dubbio il loro operato, screditandoli di fronte al mondo.

Quante volte i regimi hanno messo in scena processi farsa, fabbricato prove per rinchiudere i loro oppositori? Proprio in questi giorni centinaia di statunitensi stanno venendo arrestati e deportati con l’unica colpa di non sembrare “abbastanza americani”, per favorire la narrazione che vede lo straniero come origine di ogni male degli USA. Il razzismo viene pilotato e fomentato dal governo, che accusa innocenti cittadini dei propri fallimenti, rendendoli un capro espiatorio, e reprime con la forza chiunque si opponga. Poca importanza ha il fatto che i cosiddetti “illegals” siano in possesso di visti, documenti di asilo o addirittura della cittadinanza, e che i manifestanti uccisi o arrestati fossero tutti disarmati.

Ma come si convince un’intera nazione che certe persone sono un pericolo?  Come si persuade l’uomo comune a sostenere la tirannide?

Ancora una volta, JK ci offre un perfetto esempio di questo: attraverso la scuola.

Per pura combinazione, Dolores Jane Umbridge, la stessa donna che era stata tra i giudici del processo ad Harry, diventa insegnante di arti oscure ad Hogwarts, pur rimanendo un impiegata del Ministero della Magia. “Il ministero vuole farsi gli affari di Hogwarts”, commenta giustamente Hermione, e le sue supposizioni non tardano ad avverarsi: agli studenti viene impedito di fare qualunque tipo di incantesimo durante le sue lezioni, ma devono imparare lunghe pagine di teoria, senza sapere nel pratico usare i propri poteri.

Attraverso la Umbridge, il Ministero della Magia si serve dell’istruzione per installare idee ben precise nelle giovani menti, distruggendo al contempo le loro abilità pratiche, quelle che noi definiamo “competenze”, ovvero le capacità di adattare ciò che abbiamo studiato a situazioni estranee, tutto con la scusa della “sicurezza”.

Non è un caso che le azioni repressive vengano giustificate in questo modo dai regimi: dobbiamo aumentare i poteri delle forze di polizia perché i manifestanti sono pericolosi, dobbiamo liberarci degli omosessuali che manipolano i nostri figli, dobbiamo cacciare gli stranieri, dobbiamo sterminare gli ebrei che rubano il nostro spazio vitale.

Quanto sia potente l’istruzione, fascismo e nazismo lo avevano capito bene: l’opera nazionale balilla, la gioventù hitleriana… ogni aspetto della vita, dalla nascita all’età adulta, era monitorato e pilotato. Nei libri di scuola si trovavano frasi come: “Viva il duce”, “Mussolini è buono”, si diventava fascisti e nazisti ancora prima di imparare a leggere.

Con il controllo dell’istruzione, arriva quello della legge, la burocrazia: la Umbridge, sempre in nome della sicurezza, inizia a emanare decreti su decreti, che nemmeno Silente, il preside di Hogwarts, può contrastare, per via del potere che le è stato conferito dal ministero. I divieti si fanno via via più pesanti, fino ad arrivare a cacciare lo stesso Silente, costretto a nascondersi come un criminale, e a legalizzare le punizioni corporali.

Il giovane Harry, che continua sostenere il ritorno di Voldemort, è sempre più isolato, e la Umbridge non esita a usare il suo potere per peggiorare la sua situazione: nel tentativo di bloccare il dibattito politico interno alla scuola vieta infatti agli insegnanti di parlare di qualunque cosa non sia inerente alla loro materia.

Tuttavia, anche se nascosta, la ribellione resiste: lungi dall’essere succubi, gli insegnanti di Hogwarts cercano di trovare nuovi modi per fare capire ad Harry il loro sostegno.

Molte volte nella storia abbiamo assistito alla promulgazione di leggi ingiuste, come le leggi razziali degli anni trenta o l’apartheid. Gli oppositori sono stati costretti a nascondersi, ma non sono mai spariti, anzi, hanno saputo sfruttare i mezzi offerti dall’arte per sovvertire la burocrazia. La stessa saga di Harry Potter è un perfetto esempio di come la letteratura possa farsi metafora, portare conoscenza e speranza di cambiamento.

Se credete che la critica di JK Rowling sia finita qui, però, vi sbagliate: finora abbiamo solo accennato al ruolo dei media, ed è giunta l’ora di avventurarsi in questo viaggio nel “quarto potere del mondo dei maghi”.

Il Ministero della Magia decide infatti di sfruttare la campagna diffamatoria avviata nel quarto libro dalla giornalista Rita Skeeter per minare sempre di più la credibilità di Harry, portando i suoi stessi amici a dubitare di lui.

Alla fine sarà Hermione a sistemare le cose: ha scoperto che Rita ha violato la legge, e sotto minaccia di denunciarla la costringe a scrivere un articolo VERO, che riesce a ristabilire (in parte) la credibilità di Harry.

Poi, quando Voldemort fa breccia al Ministero alla fine del libro, il Ministro non può che ammettere la sua resurrezione.

Il quinto libro finisce qui, ma prima di procedere è bene accennare al fatto che nei successivi due il ministero prima cercherà di riavvicinarsi a Harry per sfruttarlo come simbolo e ripulirsi, poi tornerà di nuovo a perseguitarlo, quando Voldemort arriverà ai vertici del potere, instaurando un regime tirannico.

Non è un caso che molti fan ritengano che l’ossessione dei mangiamorte per la purezza del sangue sia un richiamo al nazismo, come sicuramente lo sono molti altri meccanismi raccontati nella storia.

In una saga all’apparenza per bambini, JK Rowling è riuscita a nascondere una pesante critica sociale e politica.

Ha saputo illustrare i meccanismi del potere fornendo esempi spaventosamente reali, pur scrivendo di un mondo magico.

È il caso di ricordare una citazione, poco famosa, ma molto significativa, del personaggio Luna Lovegood ad Harry:

“Se fossi Voldemort, vorrei che tu ti sentissi tagliato fuori da tutti, perché se sei da solo non sei una grande minaccia.”

Se c’è un messaggio più importante tra tutti quelli che la saga di Harry Potter ci ha lasciato è proprio questo: abbiamo il potere di cambiare questo mondo, ma possiamo farlo soltanto insieme.

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