Il Fanatismo: una condanna alla razionalità e alla pluralità

Il fanatismo, nella sua essenza più pura, non è solo un’ossessione per una causa, ma una condanna alla razionalità e alla molteplicità. Questo sorge dal terreno fertile della paura, dell’intolleranza e, occasionalmente, della solitudine, mutando il senso stesso della storia umana in un drammatico monologo in cui l’umanità sembra rinunciare al dialogo in favore di una lotta ideologica senza fine. 

Il termine stesso fanatismo, con la sua etimologia che affonda le radici nel latino fanaticus, ovvero “colui che è in preda alla divinità”, ci suggerisce fin da subito una connessione tra un devoto e un devoto cieco. Se in origine il termine si riferiva a una forma di glorificazione religiosa, nel linguaggio contemporaneo, il fanatismo si è trasformato in una parola dall’accezione negativa: si riferisce a una visione estremista e irrazionale di un’idea, un credo o un movimento. La persona fanatica non è semplicemente devota alla sua causa, ma si attacca ad essa con una convinzione assoluta e indiscutibile, rifiutando ogni forma di mediazione, dubbio o confronto. Non c’è spazio per la sfumatura, il compromesso o la comprensione dell’altro. Filosoficamente, il fanatismo può essere inteso come una forma di “alienazione del pensiero”, una distorsione della capacità di vedere il mondo in termini complessi e sfumati. Secondo Karl Popper, uno dei più noti filosofi della scienza e della politica, il fanatismo è una “forma di chiusura mentale” che non consente la tolleranza per la pluralità delle idee, elemento fondamentale per una società democratica. Popper, infatti, sosteneva che una società aperta è una società in cui la critica, il dissenso e la diversità sono valorizzati. 

Riflettendo storicamente, il fanatismo è stato la linfa di alcuni tra i momenti più bui della nostra civiltà. Le Crociate, per esempio, non furono semplicemente battaglie per la Terra Santa, ma rappresentano un enorme atto di violenza religiosa, dove ogni goccia di sangue versato veniva giustificata come un atto di purificazione divina. La fede, in quel caso, non era solo una devozione a Dio, ma una vera e propria chiave di lettura per il mondo, e chi non condivideva questa visione veniva automaticamente qualificato come nemico, giustificando così ogni tipo di atrocità. Le crociate furono un espressione evidente di come la religione, travestita da fanatismo, fosse in grado di devastare intere popolazioni in nome di un Dio che sembrava perdere valore tra le urla di guerra. Non meno devastante è stato l’avvento dei regimi totalitari, dove il fanatismo non aveva più una giustificazione teologica, ma ideologica. Il fanatismo politico si fece strada sotto il nazismo e il comunismo, entrambe, pur nella loro apparente diversità, condividevano l’ossessione per l’ordine perfetto e il disprezzo per chiunque si allontanasse da tale organizzazione. Il fascismo di Mussolini, il nazismo di Hitler, e il comunismo di Stalin, pur nella loro atrocità differente, si riflettono nella stesso criterio: l’individuo è sacrificabile in nome di una causa superiore, che è per definizione immutabile e non ammette opposizioni. 

In questo scenario si inserisce la riflessione di Amos Oz, il cui Contro il fanatismo offre un’acuta riflessione sulla psicologia del fanatico, che egli descrive come colui che “non ha dubbi”. Oz, un intellettuale che ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni del conflitto Isreaelo-palestinese, affronta il fanatismo non solo come fenomeno storico, ma come un vizio della mente e dell’animo umano. La sua riflessione, denuncia l’impossibilità di un dialogo con chi è prigioniero della sua verità assoluta e suggerisce che la vera libertà risiede nel sospendere il giudizio e nel non riconoscersi mai come depositari di una verità incontestabile. “Il fanatismo”, scrive Oz, “è l’incapacità di vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro”. Ma, al contrario, quando il fanatismo penetra in un contesto, ogni tentativo di mostrare le incoerenze è destinato a fallire, poiché il fanatico non vuole dialogare; vuole conquistare, e la sua visione del mondo è legge. Oz denuncia, con una precisione chirurgica, la tragica illusione che una causa, per quanto giusta, possa giustificare la disumanizzazione dell’altro. Il fanatismo, secondo l’autore, non nasce dal desiderio di costruire un mondo migliore, ma dal bisogno di sentirsi moralmente superiori, dall’impellenza di sentirsi dalla parte dei giusti. Questo sentimento di superiorità è alla base di ogni tipo di estremismo, che si tratti di una religione che pretende di dominare la vita degli altri o di un’ideologia che liquida ogni dissenso come tradimento. Qui Oz compie un’osservazione fondamentale, ovvero che il fanatismo non riguarda mai una vera lotta per la giustizia, ma una guerra per il dominio sulla coscienza altrui, per il controllo del pensiero e della libertà. La ferocia con cui il fanatico combatte la sua battaglia non ha nulla a che fare con la giustizia, ma con l’imposizione di una visione del mondo che non tollera sfumature, né voci discordanti.

Eppure, ciò che risulta davvero inquietante nel ragionamento di Oz è che, purtroppo, il fanatismo non è un fenomeno relegato al passato, ma è un’ombra che continua a aleggiare sulle nostre società, pronte ad accogliere il nuovo fanatismo con la stessa passività con cui abbiamo accolto il precedente. L’epoca contemporanea, con le sue sfide globali e le sue paure, è forse ancor più vulnerabile di quella del secolo scorso, poiché le ideologie estremiste hanno trovato nuove forme di espressione in un mondo che si proclama sempre più tollerante, ma che continua a essere alimentato dalla paura dell’altro, dall’incertezza, dal bisogno di trovare un nemico da demonizzare. Non si può fare a meno di notare, in tal senso, la triste ironia che permea il nostro tempo: in una società che esalta la pluralità e il rispetto reciproco, il fanatismo trova sempre nuovi sentieri per germogliare, portando con sé il veleno della divisione.

Ad ogni modo, nonostante il quadro apparentemente desolante, la riflessione di Oz non è una resa, ma una sfida. La sua risposta al fanatismo è la ragione, il pensiero critico, la capacità di ascoltare l’altro senza pregiudizi. Come egli stesso afferma, “la vera battaglia non è tra il bene e il male, ma tra il pensiero e l’oscurità”. È proprio questo invito alla riflessione che ci mette in guardia, suggerendo che, seppur il fanatismo sia sempre presente nella storia umana, la vera arma contro di esso risiede nella capacità di coltivare la nostra umanità, quella capacità di guardare oltre la superficie delle cose e delle idee, di riconoscere che nessuna verità è assoluta, che nessuna ideologia è immune da critiche.

Addakiri Basma, Nrejaj Xena

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