A cosa serve l’arte?
A esprimere le proprie emozioni? A mandare un messaggio politico o sociale? A educare, o magari semplicemente a intrattenere?
E se invece fosse completamente inutile?
Fu con questa affermazione polemica, a tratti sconcertante, che Oscar Wilde inaugurò la prima edizione in volume del ritratto di Dorian Gray, nell’aprile 1891.
La prefazione, che si conclude con le parole “all art is quite useless”, è passata alla storia come il manifesto del concetto di “art for art’s sake”, arte per il fine dell’arte. Con la sua solita ironia e insolenza Wilde si scaglia contro la politicizzazione dell’arte, contro la critica che carica le opere di significati e simboli di cui sono spoglie, poiché essi sono negli occhi dello spettatore, non del creatore, e al contempo ne trascura l’aspetto primario e fondamentale: la bellezza. L’artista non crea per trasmettere un messaggio etico o sociale, ma per il bisogno stesso della bellezza, per questo l’arte non deve avere uno scopo, non deve essere utile alla società, ma, possiamo dire parafrasando Wilde, all’anima, perché “l’unica scusa per creare una cosa inutile è che qualcuno la ammiri intensamente.”
Sebbene Wilde abbia molti meriti, però, bisogna ammettere che non è stato lui a teorizzare questo concetto, ma un autore più antico, che gli fu, attraverso le sue opere, anche maestro: Platone.
Nel Fedro, un’opera giovanile, il filosofo inscena un dialogo tra Socrate e il giovane allievo Fedro, dove il maestro illustra al ragazzo la vera natura delle cicale: non si tratta, come molti pensano, di creature edoniste e indolenti, ma di esseri sacri alle muse, depositari di un dono divino. Un tempo furono uomini, ma quando nacquero le muse e il canto loro ne furono talmente rapiti da iniziare a praticarlo senza mai smettere, dimenticando di dormire, mangiare e bere, e morendo senza accorgersene. Le muse, colpite dalla loro dedizione e dall’amore per la musica, gli fecero dono di una seconda vita in forma di insetti, dove non avrebbero avuto bisogno né di cibo né di sonno, ma avrebbero potuto dedicarsi a pieno all’arte che amavano.
Attraverso il mito, forma di espressione amatissima da Platone, egli illustra implicitamente il concetto che sarà ripreso da Wilde circa due millenni dopo.
Ma per il filosofo greco la bellezza non ha solo un valore estetico, ma anche pedagogico, non perché rechi un insegnamento, ma per la sua stessa natura: l’eros, il sentimento che i greci usano per riferirsi all’attrazione sessuale, diventa in Platone la tensione verso il bello: l’amore ci eleva, spingendoci a perfezionare noi stessi attraverso la conoscenza: conquistare la persona che amiamo ci richiede di diventare la versione migliore di noi stessi, di affinare bontà e sapienza, finché non finiamo per innamorarci della stessa bellezza che volevamo usare come mezzo.
Per Platone bellezza e conoscenza coesistono, perché nulla come il desiderio del bello, alimentato dal furore dell’eros, ci spinge a indagare noi stessi e la realtà.
“Trovare un brutto significato in una cosa bella è un segno di corruzione” scrive Wilde; invece, dice, le persone di cultura trovano sempre un bel significato in una cosa bella, “sono gli eletti” e “per loro c’è speranza.”
Da grande grecista quale era, Wilde conosceva bene il filosofo greco, e si può certamente pensare che queste sue parole siano state influenzate dalle teorie di Platone. La prefazione a il ritratto di Dorian Gray è considerata uno dei manifesti del decadentismo, ma la sua essenza, l’idea che la bellezza abbia valore di per sé, ha radici tanto antiche da risalire ai primi istanti della filosofia, anzi, della storia umana: da sempre l’uomo è andato alla ricerca del bello nelle sue diverse forme, ha tentato di definirlo, e poi lo ha reinventato, trasformato di epoca in epoca, in accordo con la storia. La nostra idea di bellezza è cambiata radicalmente nel corso dei secoli, ma non abbiamo mai smesso di cercarla, come non abbia mai smesso di considerare l’arte il mezzo privilegiato per esprimerla:
Quale che sia il significato che vogliamo darle, che ci piaccia definirla inutile o necessaria, rimane sempre il fatto che la perseguiamo. Anche oggi amiamo gli stessi dipinti e le stesse statue che fecero sognare gli antichi, e consideriamo l’arte qualcosa che ci arricchisce profondamente, non come sterile conoscenza di nomi e di date, ma come un risveglio spirituale, una consapevolezza sepolta che la vista del bello riporta in noi.
Platone pensava che alcune forme d’arte fossero pericolose, che ci allontanassero dalle verità dell’iperuranio, il mondo ideale che è al centro del suo pensiero filosofico, ma se fosse proprio questo tentativo di “uso perfetto di un mezzo imperfetto”, come dice Wilde, a permetterci di conoscerla sempre meglio?
Non possiamo scorgere la bellezza perfetta nell’iperuranio, ma forse, attraverso prove ed errori, possiamo arrivare a comprenderla di più, perché è proprio attraverso la creazione di qualcosa che se ne comprende a pieno il meccanismo. Non possiamo parlare di ricerca della bellezza senza parlare dell’arte, perché non possiamo scinderle: sono due facce d’una stessa medaglia, intersecate per volere della storia e degli uomini che vi hanno preso parte.





